Cultura di Pavia: tra ieri e oggi

La sede del collegio Ghislieri di Pavia.

Cultura, università e identità storica

L’università di Pavia

La cultura della nostra città sembra indissolubilmente legata alla sua università. Un’istituzione con oltre 650 anni di storia, fra le più antiche e prestigiose d’Europa. Vi hanno studiato o insegnato personalità insigni, come Camillo Golgi, Alessandro Volta, Ugo Foscolo, Cesare Beccaria, Antonio Scarpa, Luigi Luca Cavalli-Sforza e molti altri. Recentemente qualcuno ha anche ricordato che, quand’era ancora ragazzo, per le vie del centro storico bighellonò lo stesso Albert Einstein. Per non parlare di Carlo Goldoni, ospite ribelle del Collegio Ghislieri.

La facciata del Collegio Ghislieri di Pavia, fondato nel 1567 (foto: Wikipedia).
La sede del Collegio Ghislieri di Pavia (foto: Wikipedia).

In effetti il ruolo dell’università è stato e resta per molti versi centrale rispetto alle vicende culturali cittadine. È come se l’università agisse da catalizzatore delle energie intellettuali, in grado di fare convergere saperi, competenze, tradizioni e scuole di pensiero. Tutto ruota intorno alle aule che oggi si affacciano fra Strada Nuova e Corso Carlo Alberto, agli istituti periferici, ai ventuno collegi della città. Del resto riusciamo a immaginarla, questa città, senza l’università?

Prospettiva diversa

Identità architettonica e monumentale di Pavia

La famosa scuola giuridica pavese era già lì da tre secoli, quando Galeazzo II Visconti ottenne da Carlo IV la fondazione dello studium generale. Proprio Visconti a cui si deve il primo grande rinnovamento urbanistico della città, portato avanti dal figlio Gian Galeazzo. Alla loro visione dobbiamo il Castello Visconteo, la “strada nuova” (sul tracciato dell’antico cardo romano) e quello che oggi è il Ponte Coperto sul Ticino (in realtà già esistente in epoca antica e più volte rifatto). E poi ci fu l’università di Maria Teresa d’Austria, sovrana illuminata che avviò, nel XVIII secolo, un grandioso programma di potenziamento delle strutture didattiche e di ricerca. L’assetto edilizio della sede odierna è ancora quello che l’imperatrice le diede.

Eppure si potrebbe affrontare la questione della cultura pavese anche muovendo da una prospettiva diversa, riconducibile alla sua identità architettonica e monumentale. Culla del romanico lombardo, la città testimonia oggi la sua vocazione attraverso due delle chiese medievali più belle del Nord Italia: San Pietro in Ciel d’Oro e San Michele Maggiore (meno significativa San Teodoro, pure vicina nell’impianto alle sue sorelle maggiori). E poi il gotico di Santa Maria del Carmine e della Certosa. Che cosa ci dicono, questi insigni monumenti, sul genius loci della città? Che cosa ci dicono l’arte e la letteratura pavese di ieri e di oggi? Pavia ha avuto le sue stagioni. Quella dell’antica Ticinum, certo. Ma anche quelle novecentesche, che si leggono nelle pagine di Gianni Brera (l’indimenticabile Corpo della ragassa) o nei versi sperimentali dei poeti visivi, che si riunivano negli anni Sessanta intorno al Collegio Cairoli.

Cultura che lascia un segno

Noi pensiamo che la cultura di una città sia fatta di tutto ciò che lascia il segno nei volti e nei cuori dei suoi abitanti. Non solo l’università, dunque. Non solo chiese, castelli e opere d’arte più o meno insigni. Non solo neo-avanguardia. La cultura pavese procede da tradizioni agricole antichissime, dal riso e dall’uva, dal suo fiume lento e da quell’impasto insolubile di nebbia e dialetto che si chiama Bassa. Soprattutto, pensiamo che la cultura non sia un’eredità da conservare ed eventualmente esporre in un museo.